Economia e Società

Ah ma quindi si può manifestare?

Una riflessione sulle proteste tra Francia, Spagna e...Italia?

Diego Iannì · 10 minuti · 24.10.2026
Illustrazione di una manifestazione in una strada cittadina, con una folla che solleva cartelli e persone affacciate ai balconi.
Illustrazione editoriale realizzata con il supporto dell'intelligenza artificiale.

Se avete aperto i social, o vi siete interfacciati con qualsiasi tipo di media nell’arco degli ultimi 45 giorni, saprete sicuramente che da qualche parte in Europa, qualcuno sta protestando per qualcosa, e fin qui siamo nell’ambito del rumore di fondo, di quello che succede al di fuori della nostra cognizione e che ad un’analisi superficiale (il tempo di una storia Instagram) sembrerebbe non riguardarci.
Eppure in Francia e in Spagna migliaia e migliaia di giovani scendono nelle famigerate “piazze” per protestare energicamente contro una decadenza del sistema scolastico e contro un caro affitti che pesano eccome sulle vite di un qualsiasi cittadino, dallo studente al quale non vengono erogate determinate lezioni a causa della mancanza di personale a Maria del Carmen Abascal nota ai più come Maricarmen, che è stata sfrattata dopo aver visto il suo affitto aumentare da 500 € a 2650 € e che è deceduta a 87 anni a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute poche settimane dopo lo sfratto.
I temi sopra riportati che tanto stanno mobilitando i nostri vicini iberici e transalpini dovrebbero essere noti anche a gran parte della popolazione italiana, il caro affitti non si riscontra solo a Milano (dove spesso si concentra l’attenzione mediatica sul tema) ma sta imperversando fondamentalmente in tutta la nostra penisola con gli stipendi che sistematicamente si esauriscono per garantirsi un tetto sopra la testa; contemporaneamente nell’annualità 2026/27 si registrano più di 46.000 cattedre vacanti sommando i posti comuni e il sostegno con i numeri che raccolgono un vuoto di personale didattico che si staglia dalle scuole primarie fino alle superiori.
Così che in Spagna vediamo la mossa politica del capo del Governo Sanchez, che in seguito alla bocciatura di due decreti per placare le proteste, indice le elezioni anticipate, probabilmente per poter giocare sulla presunta disonestà dell’opposizione nell’andargli contro quando “sulla carta” egli cercava di appianare i disordini; dalla Francia hanno fatto il giro del mondo le immagini del sindaco del comune parigino di Saint-Denis: Bally Bagayoko che si interpone tra le forze dell’ordine e i manifestanti, ed anche se alcuni la appuntano come una mossa di facciata per accalappiare consensi tra i suoi elettori, bisogna ammettere che la metafora dell’istituzione che si frappone tra il braccio armato e quello in protesta, spinge un’immagine suggestiva.
Negli ultimi giorni invece, in Italia i commenti sono rivolti verso il video che ritrae Giovanni Donzelli (deputato di Fratelli d’Italia) che schernisce una studentessa che richiedeva energicamente un confronto col governo in materia dei medesimi temi affrontati in Francia e Spagna, la risposta del parlamentare è emblematica -“Non funziona così, crescete e capirete.” -
Nel frattempo gli studenti accampati sotto palazzo Montecitorio, invocavano il confronto con la ministra dell’università e della ricerca Anna Maria Bernini, il quale nel momento in cui questo articolo sta venendo scritto, non è ancora avvenuto.
Eppure, per quanto il quadro sia indubbiamente attuale, un clima simile si è già respirato, una mobilitazione giovanile estesa c’è già stata ed è ancora vivida negli occhi di molti che quell’epoca non l’hanno vissuta ma la sentono ancora quando decidono di armarsi di coscienza sociale e unirsi sotto l’unico vessillo del benessere comune, il quale non risponde a nessun’altra bandiera: questi sono gli effetti dilatati nel tempo dei movimenti studenteschi del 1968.

Sicuramente il contesto storico era diverso, gli equilibri geopolitici erano strutturati diversamente e molti eventi che fanno da spartiacque per il nostro presente dovevano ancora accadere, tuttavia lo spirito permane.
Il senso di unione che scaturisce per un bene comune che prescinde dall’egoismo e dallo spirito di sopravvivenza intrinseco a ogni individuo, basti dare un’occhiata alla zona di Sol nel centro di Madrid e quindi di tutta la Spagna; lì i manifestanti sono accampati pacificamente, hanno organizzato tavoli di dibattito e hanno lasciato spazio alla voce di altri collettivi che protestano riguardo temi anche lontani dai motivi per i quali quelle tende sono state montate, ma che comunque sono coerenti con lo spirito di mobilitazione collettiva che pervade l’atmosfera di tali eventi; qui il parallelismo si rafforza, se si rievocano le immagini delle enormi masse della generazione sessantottina, la quale fu talmente persuasiva da aggregare l’anno successivo anche i movimenti operai così da congiungere (come fatto notare nel caso di Sol) diversi emisferi che però si incontrano nei mezzi e nell’ispirazione filantropica.
Per quanto lo spirito di manifestazione e di protesta sia spesso associato per forza di cose ad ambienti filo-comunisti o comunque di sinistra, il fenomeno della discesa in piazza è stato comune anche ad ambienti maggiormente conservatori o comunque riconducibili alla destra.
Un episodio emblematico si riscontrò proprio in Italia il 1° marzo del 1968, in occasione della “battaglia di Valle Giulia”. Studenti militanti di sinistra e membri della destra radicale, si scontrarono congiuntamente in risposta alla mobilitazione della polizia; la loro non era una piena comunione d’intenti, né una dichiarazione di una linea politica unitaria, quanto più un team up collettivo dettato dalle circostanze; eppure la lotta per i propri ideali, per quanto diversi e contrastanti, può fungere da ponte tra sistemi radicalmente diversi, d’altronde anche De André chiamava tutti in causa nella sua celebre Canzone del Maggio -”Siete lo stesso coinvolti”-.
Cambiano i temi, dal ripudio della guerra alle condizioni dell’istruzione e dal rifiuto dell’autoritarismo alla rivendicazione di un equilibrio sulla situazione abitativa; cambiano i sottofondi musicali e lo stile, dai Beatles col capello sessantottino al rap politico affiancato al punk e ai canti popolari intonati da chi sfoggia il middle part, mutatis mutandis insomma.

Ora, non so quanto i lettori siano pratici col personaggio di Robin Hood (quello che ruba ai ricchi per dare ai poveri, per intenderci) le quali avventure si svolgono principalmente all’interno della foresta di Sherwood. Ebbene i lettori potrebbero non essere familiari per quanto riguarda la suddetta foresta né tantomeno potrebbero esserlo i manifestanti, ma se vi dicessi invece che quelle repressioni da parte della polizia che sfociano nella violenza sono strettamente legate a tale foresta? Mi credereste?
Ebbene la “sindrome di Sherwood” è una metafora coniata da David Piquè, ex Commissario Capo dei Mossos d’Esquadra (la polizia della Catalogna) per delineare chi all’interno di una protesta merita di essere fermato, colpito, punito (proprio come Robin Hood decideva chi meritasse di essere derubato).
Ebbene, non è possibile affermare che tale pratica di “gestione del disordine” sia applicata sistematicamente ad ogni genere di protesta; tuttavia, adesso mi appresto ad elencarne i punti chiave per la sua attuazione, così che il lettore possa valutare da sé se tali azioni vengono perpetrate o meno anche in contesti di protesta geograficamente e tematicamente differenti.

-Provocazione ed escalation controllata: con l’obiettivo di aumentare l’atmosfera concitata della protesta, le forze dell’ordine consentono alcuni eccessi e gesti sopra le righe ai manifestati, così che determinati atteggiamenti violenti si generino spontaneamente dal clima di tensione.

-Azioni preventive: arresti e strette sui manifestanti prima della protesta vera e propria, così da generare maggiore turbamento negli stessi.

-Gestione dell’opinione pubblica: lo scopo dichiarato è quello di rivolgere il sentimento collettivo (specialmente di coloro che sono “estranei” alla vicenda) contro i manifestanti stessi, rendendo legittima una risposta repressiva intensa. (Fateci caso, qual è il bilancio mediatico tra i disordini provati da chi protesta e le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine, quali media divulgano più testimonianze degli uni piuttosto che delle altre o viceversa?)

-Modello Miyamoto Musashi: prende il nome dal leggendario spadaccino giapponese e consiste in strategie mirate ad avversare i leader della protesta (principalmente tramite tattiche che prevedano l’intervento fisico) così da indebolire il movimento alla sua radice.

Le discussioni sull’esistenza e sull’applicazione di tale modello sono innumerevoli e il riscontro dell’effettiva messa in atto di alcune o di tutte le strategie previste al suo interno è motivo di altrettanto dibattito.


Fin qui si è provato a delineare vari motivi per i quali numerosi individui si trovano ad agire collettivamente: mi mobilito perché lo scenario riguardante l’istruzione è impietoso, scendo in piazza perché la crisi abitativa attanaglia la vita della gente, protesto perché i miei interessi sono coinvolti, e poi ancora: devo sedare una rivolta perché sta diventando pericolosa, mantengo serrati i ranghi perché la tensione potrebbe sfociare in violenza da un momento all’altro e così via….tanti perché per agire, eppure si sente discutere spesso di una grande fetta della popolazione che trova dei perché per non agire, vale a dire coloro che in piazza non ci scendono, anzi rimangono alla larga con la speranza che “i disordini finiscano presto” e che gli studenti possano tornare a scuola in condizioni dignitose e che gli affitti vengano ricalcolati per adattarsi agli stipendi percepiti, d’altronde si sa che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.
E quindi perché se la maggior parte delle persone vuole la stessa cosa, alcuni si mobilitano ed altri no? Perché dunque se in potenza si è tutti sullo stesso piano, all’atto alcuni sono giù in strada e altri su seduti ad attendere? Perché “c’è chi sì” e “c’è chi no”? Ebbene il contenuto e la spiegazione di quel no hanno un nome e un cognome che all’orecchio italiano suoneranno piuttosto singolari: Kitty Genovese.
Se il nome non vi dice niente non vi preoccupate, permettetemi di elencarvi i fatti che hanno trasformato l’amaro fato di una giovane donna nel motivo per il quale aspettiamo che sia sempre qualcun altro a fare “la cosa giusta” quando potremmo farla noi in primis, ma andiamo con ordine,
Catherine “Kitty” Genovese era una manager di un bar di New York e aveva 28 anni, quando appena alle tre del mattino del 13 marzo 1964 fu inseguita, pugnalata, violentata e derubata da Winston Mosley, il quale impiegò circa trenta minuti per portare a termine l’abominio; Kitty morì dissanguata, e fin qui per quanto sconvolgente sia il fatto, converrete con me che nel mondo abbiamo assistito e assistiamo a cronache altrettanto disturbanti, tuttavia c’è un dettaglio che rese la vicenda un caso di estrema risonanza: si stimò che 38 persone, tra chi assistette all’aggressione e chi la udì solamente rimanendo però in casa, fossero al corrente di ciò che stesse accadendo, nessuno intervenì, tutti si aspettavano che in mezzo a quei 38 individui qualcun altro avrebbe fatto qualcosa, tutti si sono girati dall’altra parte.
A onor del vero occorre dire che la revisione storica del caso Genovese diminuisce la quantità di individui effettivi che avrebbero potuto agire e si dice che qualcuno avesse anche chiamato il 911, tuttavia il lettore potrà comunque percepire il pathos della vicenda, come lo percepirono gli psicologi John Darley e Bibb Latané i quali coniarono l’effetto Genovese noto ai più come l’effetto spettatore; eccoci quindi tornati al nostro quesito: perché no? Ebbene secondo l’effetto spettatore, maggiore è il numero di persone presenti durante una situazione di emergenza e minore sarà la probabilità che un singolo individuo offra aiuto di sua spontanea volontà, capite dove voglio andare a parare no?
La diffusione della responsabilità -“Guarda quanti siamo, lo farà di sicuro qualcun altro”- unita al timore del giudizio -“Ma proprio io mi devo esporre? E se mi fanno un video e faccio una figura tremenda? Meglio farmi i fatti miei”- rendono l’individuo incapace di agire, lo immobilizzano a tal punto che per sottrarsi agli istinti dettati dalla propria coscienza sociale e dal proprio senso della morale, preferiscono soffocare il proprio sentire, diventare apatici, così da non rischiare nemmeno di poter anche solo pensare di agire in prima persona, per parafrasare Rorschach, personaggio della celebre graphic novel Watchmen -“Il mondo guarderà in alto e griderà: «salvaci!» e io sussurrerò: «no…»-


Sono tempi duri quelli che ci aspettano e nel bene o nel male ne siamo tutti consapevoli, tuttavia se c’è una cosa che in quanto umani sappiamo fare per natura è perseverare, come fanno i francesi a Saint-Denis, gli Spagnoli accampati a Sol e gli italiani a Roma che pretendono risposte dal governo; è vero che lo stato è d’emergenza ed è vero che sulla carta siamo in tantissimi, ma questo non deve scoraggiare l’azione individuale, né la vergogna deve renderci impassibili di fronte alle ingiustizie, siamo tutti affacciati al balcone testimoni del nostro futuro che viene pugnalato, violentato e derubato, sta a noi però non girarci dall’altra parte.

Fonti e percorsi