Politica

L’editto senza firma

Da Sofia alla Rai di oggi: ventiquattro anni di giornalisti scomodi, pressioni politiche e responsabilità che nessuno vuole assumersi.

Francesco Ligato · 25 minuti · 02.11.2026
Collage con Silvio Berlusconi seduto in poltrona sopra Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi, circondati da televisori con i loghi Rai e Mediaset.
Illustrazione editoriale realizzata con il supporto dell'intelligenza artificiale.

Il 16 ottobre 1984, tre pretori di Torino, Roma e Pescara intervennero contro il sistema che consentiva alle televisioni di Silvio Berlusconi di trasmettere contemporaneamente in diverse regioni italiane, eludendo una normativa che limitava le emittenti private alla dimensione locale. L’imprenditore milanese aveva escogitato un espediente tanto semplice quanto efficace: distribuire alle emittenti del proprio circuito programmi registrati da trasmettere simultaneamente, ottenendo una programmazione nazionale attraverso canali formalmente locali. I provvedimenti interruppero quel meccanismo in Piemonte, Lazio e Abruzzo, mettendo in difficoltà le reti Fininvest, ma Bettino Craxi non lasciò trascorrere che quattro giorni prima di intervenire. Il 20 ottobre il governo emanò un decreto d’urgenza che consentiva la prosecuzione delle trasmissioni; quando il provvedimento decadde per mancata conversione, ne seguì un secondo, il 6 dicembre, destinato a diventare legge nel febbraio 1985. Per una disciplina organica del settore si sarebbe dovuto attendere il 1990, mentre per salvaguardare le televisioni di Berlusconi era stato sufficiente qualche giorno: una tempestività che la politica italiana non sempre avrebbe saputo riservare a questioni di superiore urgenza.

Enzo Biagi commentò la vicenda sul quotidiano la Repubblica del 25 ottobre, in un articolo intitolato Viva Dinasty e viva la libertà, riconoscendo a Berlusconi il merito di aver intuito le potenzialità della televisione commerciale e di aver investito in un settore dal quale altri si tenevano lontani, riservando alla classe politica considerazioni decisamente meno generose. «Berlusconi ha scelto bene sia i programmi come i protettori», scrisse. Cinque ministri delle Poste non erano riusciti a mettere ordine nel settore, mentre al buon Bettino erano stati sufficienti quattro giorni per consentire alle reti Fininvest di tornare a trasmettere. Il Cavaliere aveva trovato interlocutori particolarmente solleciti nel difendere un sistema che nessuno sembrava avere altrettanta fretta di regolamentare. Sei anni più tardi, quando il Parlamento approvò finalmente una legge organica, il mercato televisivo aveva ormai assunto una fisionomia ben precisa. Il legislatore pensò bene di riconoscere gli equilibri che, con tanta pazienza, aveva contribuito a consolidare.

La legge Mammì, approvata nell’agosto 1990, riconobbe le reti private nazionali e consentì a un unico soggetto di controllarne fino a tre, entro il limite del 25% di quelle previste dal piano. Nel dicembre 1994, la Corte costituzionale dichiarò illegittima quella disposizione, giudicandola insufficiente a garantire il pluralismo televisivo e mettendo così in discussione una normativa che, dopo anni di attesa, aveva finito per consolidare proprio la concentrazione che avrebbe dovuto contenere. Nel frattempo, Silvio Berlusconi aveva fondato Forza Italia e conquistato Palazzo Chigi, aggiungendo al controllo delle proprie televisioni la guida di un governo sostenuto da una maggioranza che concorreva anche alla scelta degli organi della Rai, principale concorrente delle sue reti. L’influenza esercitata dalla televisione sull’opinione pubblica rende difficile immaginare un conflitto d’interessi più evidente, poiché a beneficiarne era lo stesso uomo chiamato, nelle vesti di presidente del Consiglio, a governare un Paese nel quale operavano le sue aziende.

Le critiche a Berlusconi arrivavano anche da ambienti politici che con la sinistra avevano ben poco da spartire. Indro Montanelli, conservatore e convinto anticomunista, nel 1994 aveva lasciato la direzione del Giornale, fondato vent’anni prima, dopo essersi scontrato con l’editore sulla sua decisione di entrare in politica. Nella primavera del 2001, intervistato da Enzo Biagi, arrivò persino ad augurarsi una vittoria del Cavaliere, nella convinzione che gli italiani, dopo averne sperimentato il governo, avrebbero finalmente sviluppato una certa immunità al suo fascino. Confidava che la prova dei fatti riuscisse laddove le critiche avevano fallito. Cinque secoli prima, Machiavelli aveva scritto nel Principe: «Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei». Berlusconi governò ancora a lungo, e gli anticorpi auspicati da Montanelli non sembrarono e non sembrano tutt’oggi, purtroppo, efficaci. Ciò non cancella ovviamente il significato di una presa di posizione maturata in un ambiente tradizionalmente ostile alla sinistra. Sarebbe meglio però non trasformare quella lucidità politica in una patente di rispettabilità morale, alla luce di quanto Montanelli stesso raccontò del proprio passato coloniale: l’acquisto dal padre di una ragazzina eritrea, che nel 1969 dichiarò avere dodici anni, e la relazione intrattenuta con lei, che continuò a giustificare richiamandosi alle consuetudini locali. Dichiarazioni di una gravità sconcertante, tanto più per la disinvoltura con cui furono pronunciate e difese. Infatti tengo a precisare che, per quanto condivida le sue critiche al conflitto d’interessi di Berlusconi, da Montanelli prendo nettamente le distanze.1

L’analisi del giornalista toscano si inseriva in un clima di crescente insofferenza del centrodestra verso una parte dell’informazione televisiva, alimentato anche dalle altre interviste di Enzo Biagi, che aveva ospitato Roberto Benigni e la sua ironia sulle promesse elettorali del Cavaliere. Le rimostranze riguardavano anche Michele Santoro, impegnato nell’approfondimento politico con Sciuscià, e Daniele Luttazzi, che il 14 marzo 2001 aveva invitato Marco Travaglio a Satyricon per discutere de L’odore dei soldi, il libro scritto con Elio Veltri sulle origini della fortuna di Berlusconi e sulle vicende del suo ambiente. L’intervista suscitò aspre polemiche e iniziative giudiziarie, mentre la trasmissione, conclusa la stagione, non sarebbe stata rinnovata. Biagi, Santoro e Luttazzi avevano linguaggi, percorsi professionali e pubblici differenti, ma si erano ritrovati al centro delle ostilità di un mondo politico che mal sopportava l’attenzione riservata al proprio leader, in particolare quando le domande riguardavano questioni sulle quali avrebbe preferito non soffermarsi. Il 13 maggio Berlusconi vinse le elezioni e tornò a Palazzo Chigi con una solida maggioranza parlamentare, portando alla guida del governo anche quei contrasti con il mondo dell’informazione che avevano accompagnato la sua campagna elettorale.

Il 22 febbraio 2002, i presidenti delle Camere, Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera, nominarono il nuovo consiglio d’amministrazione della Rai, che affidò la presidenza ad Antonio Baldassarre. Le accuse destinate a diventare celebri come «editto bulgaro» erano state però formulate pubblicamente addirittura prima del viaggio a Sofia, come avrebbe ricordato molti anni dopo Loris Mazzetti, collaboratore di Biagi, richiamando le dichiarazioni pronunciate da Berlusconi il 5 aprile, durante il congresso di Alleanza Nazionale a Bologna. Lo scarso rilievo riservato a quell’intervento gli suggerì l’espressione «editto bolognese», visto ciò che sarebbe accaduto tredici giorni dopo con una diversa cornice geografica e un clamore mediatico ben maggiore.

Il 18 aprile, durante una visita ufficiale nella capitale bulgara, il presidente del Consiglio accusò Biagi, Santoro e Luttazzi di aver fatto un «uso criminoso» della televisione pubblica, finanziata dai cittadini, indicando alla nuova dirigenza il dovere di impedire che simili comportamenti si ripetessero. A pronunciare tali dichiarazioni era il capo di un governo che possedeva, attraverso le proprie aziende, le principali reti commerciali del Paese e che ora pretendeva di stabilire pubblicamente quali condotte fossero incompatibili con il servizio pubblico, chiamando per nome i professionisti ai quali si riferiva.

Biagi rispose quella stessa sera, durante Il Fatto, chiedendo quali reati gli venissero attribuiti e invitando Berlusconi, qualora ne fosse a conoscenza, a rivolgersi alla magistratura. Ricordò di lavorare in Rai dal 1961 e rivendicò il diritto di esprimersi anche per quei cittadini che non condividevano le opinioni del presidente del Consiglio, al quale consigliò di rileggere la Costituzione. Aveva ottantun anni e alle spalle una storia che rendeva quelle parole cariche di significato: durante la Resistenza aveva militato nelle formazioni di Giustizia e Libertà, contribuendo alla redazione del giornale clandestino Patrioti, nel periodo in cui raccontare liberamente ciò che accadeva significava rischiare la propria vita. Conosceva dunque il valore di quella libertà per aver vissuto un’epoca nella quale esercitarla richiedeva un coraggio che oggi si fatica anche solo a immaginare. Che dopo oltre quarant’anni di servizio pubblico dovesse ricordare a un presidente del Consiglio democraticamente eletto i principi fondamentali della Carta repubblicana costituisce, a mio giudizio, uno degli aspetti più gravi dell’intero racconto, sul quale sarebbe complicato concedersi anche soltanto l’ombra dell’ironia.

Il 23 aprile il caso approdò alla Commissione parlamentare di vigilanza, che ascoltò il presidente della Rai Antonio Baldassarre e il direttore generale Agostino Saccà. Le rassicurazioni sull’autonomia del servizio pubblico non mancarono, ma non bastarono a dissipare l’incertezza sul futuro del Fatto, tanto che il 31 maggio, alla conclusione della stagione, Biagi salutò i telespettatori senza sapere se li avrebbe ritrovati in autunno. Seguirono mesi di trattative, proposte contrattuali e ipotesi di una diversa collocazione nel palinsesto, che il giornalista avrebbe ricostruito nel 2005 sulle pagine dell’Espresso, pubblicando anche una lettera con cui il legale di Saccà difendeva l’operato dell’ex direttore generale. Quella documentazione permette di comprendere come si fosse arrivati alla sua uscita dalla Rai, ricostruendo una successione di decisioni che lascia parecchi interrogativi sulla forbice tra le dichiarazioni d’indipendenza e la loro effettiva applicazione.

Il 2 luglio 2002, quando gli comunicarono che la fascia del Fatto sarebbe stata destinata a un programma d’intrattenimento, Biagi accettò di discutere una diversa collaborazione, che prevedeva appuntamenti in seconda serata ed eventuali speciali in prima. Il 16 settembre, però, al suo posto arrivò Max & Tux , una trasmissione più breve di quella appena sacrificata. Il giornalista si sentì preso in giro e respinse la bozza contrattuale ricevuta nei giorni successivi. Il 26 settembre una raccomandata di Agostino Saccà gli assicurava che l’azienda desiderava proseguire con lui, comunicandogli intanto la disdetta del contratto del Fatto. Paolo Ruffini e Antonio Di Bella cercarono allora di riportare il programma in televisione, proponendogli uno spazio su Rai 3 dopo l’informazione regionale. La soluzione incontrò un ostacolo economico, al quale Biagi rispose dichiarandosi disposto, per iscritto, ad accettare soltanto l’equivalente dello stipendio di un redattore ordinario, da devolvere alla casa di riposo di Vidiciatico, sull’Appennino bolognese. Quando anche il problema del compenso sembrò risolto, gli comunicarono che la fascia individuata era stata destinata ad altro. Alla fine di novembre Saccà gli offrì un appuntamento alle 18.53, nel quale avrebbe dovuto commentare avvenimenti che buona parte dei telespettatori avrebbe conosciuto soltanto attraverso i telegiornali della sera. Una collocazione che, per un programma d’approfondimento giornalistico, richiedeva al conduttore capacità previsionali piuttosto insolite.2

Nel 2005, rispondendo all’avvocato di Saccà, Biagi riconobbe di aver ricevuto diverse proposte e di aver concluso un accordo economico soddisfacente, precisando però che la sua decisione era maturata dalla volontà di non lavorare più con chi allora dirigeva la Rai. La distinzione è sostanziale, anche perché il giornalista si era dichiarato disposto a ridurre drasticamente il proprio compenso pur di conservare un appuntamento con il pubblico. Berlusconi, dal canto suo, avrebbe continuato a sostenere di non aver mai ordinato l’allontanamento di nessuno. A quanto pare, il 18 aprile, a Sofia ci andò il Gabibbo travestito da cavaliere. Che poi sia vero che la decisione successiva spettò alla dirigenza Rai, che disponeva degli strumenti necessari per modificare palinsesti, negoziare contratti e stabilire le condizioni della collaborazione con i propri professionisti, non lo discute nessuno. Ma è altrettanto vero che Il Fatto scomparve e il suo conduttore lasciò l’azienda dopo mesi di trattative, per cui ritengo che la responsabilità politica di quelle dichiarazioni non possa essere liquidata attraverso una semplice constatazione di carattere formale. Resta complesso comprendere quale garanzia di autonomia dovesse rappresentare, per il servizio pubblico, il fatto che il presidente del Consiglio avesse espresso le proprie intenzioni davanti ai giornalisti anziché comunicarle per iscritto, magari anche ai diretti interessati.

Dietro quella successione di decisioni amministrative, c’era un uomo che stava attraversando uno dei periodi più dolorosi della propria vita. Nel febbraio 2002, prima dell’editto, Biagi aveva perso la moglie Lucia, mentre nel maggio dell’anno successivo sarebbe morta improvvisamente anche la figlia Anna. A quei lutti si aggiunse l’interruzione del rapporto quotidiano con gli spettatori, costruito attraverso decenni di lavoro e ormai parte integrante della sua esistenza. Fatico a immaginare che cosa potesse significare, a ottant’anni passati, affrontare simili perdite mentre veniva meno anche la possibilità di continuare a svolgere una professione alla quale aveva dedicato decenni.

Nell’aprile 2025, intervistato da Gianluca Gazzoli al BSMT, Marco Travaglio ricordò Biagi come un uomo invecchiato improvvisamente di vent’anni dopo l’allontanamento dalla televisione, arrivando a pronunciare parole durissime: «L’hanno ucciso». Una testimonianza che restituisce la percezione personale di chi lo aveva conosciuto e che lascia intuire quanto quella situazione avesse segnato il giornalista.3

Anche per Michele Santoro e Daniele Luttazzi le conseguenze di quella stagione furono pesanti, sebbene le loro peripezie seguissero percorsi differenti. Santoro intraprese una lunga battaglia giudiziaria contro la Rai, ottenendo nel dicembre 2002 un primo provvedimento favorevole al suo reintegro. Nel 2004 venne eletto al Parlamento europeo nelle liste dell’Ulivo, raccogliendo centinaia di migliaia di preferenze, mentre la controversia con il servizio pubblico proseguiva nelle aule giudiziarie. Il 26 gennaio 2005 il tribunale del lavoro di Roma riconobbe il suo diritto a tornare a svolgere le mansioni di autore e conduttore di programmi d’approfondimento, condannando l’azienda anche al risarcimento dei danni. La Rai annunciò ricorso, rivendicando le proprie prerogative nella definizione dei palinsesti e contestando, in particolare, il riconoscimento del danno biologico. Santoro avrebbe lasciato il Parlamento europeo per tornare al giornalismo televisivo, ritrovando stabilmente il pubblico soltanto nel settembre 2006, quando debuttò Annozero. Erano trascorsi più di quattro anni dalle dichiarazioni di Sofia, durante i quali un giornalista che aveva fatto dell’inchiesta e del confronto politico la propria professione aveva dovuto rivolgersi ai tribunali per ottenere il riconoscimento del diritto a esercitarla.4

Luttazzi aveva invece perso il proprio programma ancora prima dell’editto. Satyricon, conclusosi nel 2001 senza essere rinnovato, aveva provocato reazioni molto dure dopo l’intervista del 14 marzo a Marco Travaglio. Berlusconi aveva chiesto un risarcimento miliardario per i danni che riteneva di aver subito; nel 2005 il tribunale civile di Roma respinse le sue pretese nei confronti del comico e del giornalista, riconoscendo la legittimità delle espressioni contestate nell’ambito della satira e della critica politica. La vittoria giudiziaria, però, non restituì a Luttazzi la conduzione di un programma Rai. Il 30 aprile 2007, cinque anni dopo Sofia, fu proprio Enzo Biagi a intervistarlo durante una puntata di RT - Rotocalco Televisivo. Il giornalista gli domandò come avesse trascorso il periodo lontano dalla televisione, e Luttazzi raccontò di aver continuato a scrivere, lavorare in teatro e difendersi dalle cause intentate contro di lui. Osservò anche quanto fosse insolito poter rispondere alle domande senza temere che le proprie parole venissero tagliate, e come dargli torto guardando al presente, e non solo quello televisivo.5

La storia di Santoro avrebbe conosciuto un altro capitolo nel 2011, quando, dopo cinque stagioni di Annozero e nuovi contrasti con la dirigenza, il giornalista lasciò nuovamente la Rai. Questa volta decise di costruire un programma indipendente, sostenuto inizialmente anche dai contributi degli spettatori e distribuito attraverso televisioni locali e piattaforme digitali, prima dell’approdo a La7. Nacque così Servizio Pubblico, destinato a ospitare, il 10 gennaio 2013, uno degli incontri televisivi più attesi di quegli anni: quella sera Berlusconi accettò di presentarsi nello studio di Santoro, dove ad attenderlo c’era anche Marco Travaglio. Undici anni dopo l’editto bulgaro, l’ex presidente del Consiglio si trovava dunque davanti al giornalista che aveva contribuito ad allontanare dai palinsesti Rai e allo stesso Travaglio che, nel 2001, aveva discusso delle sue non troppo presunte controversie economiche e giudiziarie durante Satyricon.

La trasmissione, intitolata Mi consenta, venne seguita da oltre 8,6 milioni di telespettatori e si trasformò progressivamente in un confronto acceso, che raggiunse il culmine quando Berlusconi decise di leggere una lettera contro Travaglio, accusandolo di essere un diffamatore professionista ed elencando alcune controversie giudiziarie che lo avevano riguardato. Santoro intervenne opponendosi al comportamento dell’ospite, ma il momento più celebre arrivò poco dopo: tornando al proprio posto, momentaneamente occupato da Travaglio, Berlusconi estrasse un fazzoletto e si mise a pulire la sedia, suscitando le proteste del pubblico. Alla reazione degli altri presenti rispose che si trattava di uno scherzo, replicando con la celebre massima: «non sapete nemmeno scherzare». Molti anni prima, da Sofia, aveva accusato tre professionisti di utilizzare criminosamente la televisione pubblica; ora era ospite di uno di loro, davanti a milioni di italiani, e trovava ancora il coraggio di far passare un giornalista sgradito per un criminale. La differenza, questa volta, era che Santoro conduceva una trasmissione sulla quale la dirigenza Rai non aveva alcuna possibilità di intervenire.

Un percorso analogo, purtroppo, non ci fu per il conduttore de il fatto. Enzo Biagi morì il 6 novembre 2007 e appena tre mesi più tardi, il 15 febbraio 2008, Berlusconi tornò sull’accaduto durante Tv7, sostenendo di essersi battuto affinché il giornalista rimanesse in televisione e attribuendo la sua uscita dalla Rai al desiderio di ottenere una liquidazione elevata. Le figlie reagirono con indignazione, richiamando documenti che smentivano quella ricostruzione, mentre la Federazione nazionale della stampa denunciò l’offesa arrecata alla memoria del giornalista. Biagi aveva già riconosciuto l’accordo economico, spiegandone pubblicamente le circostanze e le ragioni, e ricondurre quell’allontanamento a una questione di denaro significava mettere in discussione la sua integrità professionale, ignorando le spiegazioni che aveva fornito. Trovo moralmente indegno che Berlusconi, dopo aver contribuito ad alimentare per anni quel conflitto, abbia scelto di riaprirlo davanti alle telecamere quando il suo interlocutore non poteva più difendersi, costringendo le figlie a intervenire per tutelarne la memoria. C’è qualcosa di profondamente meschino nel voler conservare l’ultima parola a simili condizioni, a maggior ragione da parte di un uomo che ha costruito buona parte del proprio potere sulla capacità di raggiungere milioni di italiani attraverso uno schermo. Ma preparatevi: questa è solo la prima di innumerevoli volte in cui parleremo degli atti di bontà del cavaliere su questo sito.

È anche alla luce di questa vicissitudine che acquista un significato particolare il richiamo alla Costituzione rivolto da Biagi a Berlusconi nell’aprile 2002, quando il giornalista aveva rivendicato una libertà che la Repubblica riconosce fra le proprie garanzie fondamentali. L’articolo 21 tutela la libertà di manifestazione del pensiero, tradizionalmente annoverata fra le libertà negative poiché impone al potere pubblico di astenersi dall’interferire nell’espressione delle opinioni, dal reprimere il dissenso e dal punire chi lo esercita. Un principio che assume un valore ancora più profondo tenendo presente che la Costituzione nacque dall’esperienza di uomini e donne che avevano conosciuto la censura, la persecuzione politica e il controllo della stampa durante il fascismo. Chi governa deve dunque accettare di essere criticato, contestato e perfino deriso attraverso i mezzi d’informazione pubblici, per quanto possa trovare irritante il giudizio di chi non condivide le sue posizioni. A finanziare la Rai sono anche milioni di cittadini che quella maggioranza non l’hanno votata, e ai quali appartiene il medesimo diritto di ascoltare opinioni differenti.

Il sistema televisivo italiano aveva intanto dimostrato quanto potesse essere ingannevole una scelta apparentemente ampia. Gli spettatori potevano passare da una rete all’altra, ma una parte considerevole delle frequenze e delle risorse pubblicitarie era concentrata nelle mani dello stesso imprenditore. La Corte costituzionale aveva affrontato il problema già nel 1988, con la sentenza n. 826, distinguendo il pluralismo interno, che imponeva alla Rai di rappresentare la varietà degli orientamenti presenti nella società, da quello esterno, affidato alla concorrenza fra operatori privati realmente indipendenti. I giudici avevano escluso che la semplice convivenza di un polo pubblico e di un unico grande gruppo commerciale fosse sufficiente, richiamando il legislatore alle proprie responsabilità. Nel 1993, con la sentenza n. 112, tornarono sull’argomento, precisando che il diritto all’informazione richiedeva anche misure capaci di impedire la formazione di posizioni dominanti e di garantire l’accesso alle frequenze a una pluralità di soggetti. Il Parlamento disponeva dunque di indicazioni abbastanza dettagliate, maturate mentre il mercato televisivo assumeva la configurazione che i giudici consideravano problematica. Eppure, nella lunga storia della legislazione radiotelevisiva italiana, la preoccupazione di preservare gli equilibri raggiunti sembrò spesso trovare maggiore ascolto di quella che invitava a modificarli.

Quanto alla Rai, il pluralismo che avrebbe dovuto caratterizzarne la programmazione procedeva a fare i conti con un sistema di nomine sul quale le maggioranze parlamentari esercitavano un’influenza considerevole. L’epopea bulgara aveva mostrato fin dove potessero arrivare le conseguenze di quella dipendenza, ma sarebbe ingeneroso attribuire a Sua Emittenza Silvio l’invenzione di un’abitudine che la politica italiana coltivava da parecchio tempo. I governi si succedevano, cambiavano i dirigenti e con loro le giustificazioni offerte per ogni nuovo assetto aziendale. Dall’opposizione, i partiti denunciavano le ingerenze degli avversari; una volta conquistata la maggioranza, trovavano ragioni altrettanto convincenti per esercitare le medesime prerogative.

Nel 2004 Berlusconi riuscì finalmente a mantenere la promessa di disciplinare il conflitto d’interessi, annunciata nei primi cento giorni di governo e realizzata dopo averne lasciati trascorrere più di mille. La legge Frattini introdusse incompatibilità, obblighi di astensione e controlli affidati all'Antitrust e all'Agcom, senza tuttavia imporre al presidente del Consiglio di rinunciare alla proprietà del proprio gruppo televisivo. La norma si preoccupava degli incarichi che un ministro poteva ricoprire e dei provvedimenti ai quali poteva partecipare, lasciando sostanzialmente intatta la posizione di un uomo che, mentre governava il paese, possedeva ancora televisioni capaci di raggiungere quotidianamente milioni di italiani. In Parlamento qualcuno la definì una legge ad personam, e non riesco a considerare del tutto ingenerosa quella definizione, vista la particolare attenzione riservata agli interessi di chi avrebbe dovuto esserne il principale destinatario. Berlusconi e la sua maggioranza portarono a compimento quella scelta, ma neppure gli avversari che per anni avevano denunciato il problema riuscirono, una volta al governo, a porvi un rimedio convincente.6

Undici anni più tardi, nel 2015, il governo Renzi intervenne sulla Rai con una riforma che avrebbe dovuto superare le vecchie logiche della lottizzazione. Il consiglio d’amministrazione passò da nove a sette membri, quattro eletti dal Parlamento, due designati dal Consiglio dei ministri e uno dai dipendenti dell’azienda. Vennero inoltre ampliati i poteri dell’amministratore delegato, nominato dal consiglio su proposta dell’assemblea dei soci, dunque del Tesoro, al quale furono affidate maggiori responsabilità nella gestione del personale e nella scelta dei dirigenti, con il coinvolgimento del consiglio per le nomine editoriali. Il nuovo assetto modificava certamente l’organizzazione della Rai, ma lasciava alla politica un’influenza considerevole sulle persone chiamate ad amministrarla, e da quelle decisioni dipendevano anche la distribuzione delle risorse, le direzioni delle testate e gli equilibri editoriali dell’azienda.7

Sul versante privato, Fininvest rimane il principale azionista di MFE, il gruppo cui fa capo Mediaset, e il patrimonio televisivo costruito da Berlusconi conserva un’influenza che ha attraversato governi, maggioranze parlamentari e perfino la morte del suo fondatore. Ma per comprendere quanto possa essere arduo esercitare liberamente il mestiere di giornalista bisogna guardare anche a chi, nelle redazioni, non dispone né di grandi risorse economiche né di un contratto stabile. Un cronista che vive di collaborazioni e compensi incerti si trova inequivocabilmente a valutare il costo di un’inchiesta prima ancora di pubblicarla, ancor più se le persone coinvolte hanno denaro sufficiente per affrontare anni di controversie giudiziarie. Nella relazione sullo Stato di diritto del 2026, la Commissione europea ha riportato 93 casi di SLAPP contro giornalisti documentati nel 2025 dalle organizzazioni consultate: azioni legali utilizzate per scoraggiare chi interviene su questioni d’interesse pubblico, sulle quali da tempo richiamano l’attenzione anche la Fondazione Daphne Caruana Galizia e la coalizione CASE. Il procedimento può protrarsi per anni, assorbire risparmi e imporre spese considerevoli anche a chi finirà per ottenere ragione. A quel punto, per chi dispone di mezzi sufficienti, aver perso una causa può essere un inconveniente sopportabile; per il giornalista che ha dovuto difendersi, averla vinta potrebbe non bastare a recuperare ciò che ha speso. E trovo difficile prendere sul serio i consueti appelli al coraggio della stampa allorché a pronunciarli sono spesso persone che non dovranno mai preoccuparsi di quanto costi esercitarlo.8

Il 14 maggio 2023 Fabio Fazio annunciò che avrebbe lasciato la Rai, dopo quasi quarant’anni, per trasferirsi al Nove insieme a Luciana Littizzetto. Warner Bros. Discovery gli aveva offerto un contratto quadriennale, mentre quello con il servizio pubblico sarebbe scaduto alla fine di giugno senza che si fosse arrivati a una trattativa per il rinnovo. Erano le settimane del ricambio dei vertici Rai sotto il governo Meloni, e il conduttore si lasciava alle spalle una lunga stagione di polemiche, fra contestazioni sui compensi, accuse di parzialità politica e attacchi provenienti soprattutto dal centrodestra. Matteo Salvini, attuale ministro delle infrastrutture e dei trasporti e vicepresidente del Consiglio, accolse la notizia pubblicando sui social una fotografia di Fazio e Littizzetto accompagnata da un «Belli ciao». Una trovata che dice parecchio sulla considerazione riservata a certi professionisti della televisione pubblica da parte di quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti. Sarebbe stato legittimo discuterne il costo, il successo e l’opportunità di rinnovare quel contratto; è invece molto più complicato ritenere professionale ed etico che, fra tutte le reazioni possibili alla partenza di un conduttore, un uomo di governo abbia scelto di manifestare pubblicamente la propria soddisfazione. È lampante che, il sempre più brillante e listomane Matteo, non abbia mai accettato il suo vero compito: non far arrivare i treni in ritardo, come quando c’era l’idolo di tanti suoi ex e attuali elettori.

Alla vigilia del 25 aprile successivo, proprio il fascismo tornò al centro di una controversia che coinvolse la televisione pubblica. Nell’aprile 2024, la partecipazione di Antonio Scurati a Chesarà venne annullata poco prima che lo scrittore potesse leggere il monologo dedicato alla Liberazione. Serena Bortone, conduttrice del programma, denunciò di aver appreso la decisione casualmente e senza ricevere spiegazioni plausibili. La Rai respinse le accuse di censura, richiamando questioni economiche e contrattuali (e siate un po’ più originali su!), sebbene una comunicazione interna parlasse di motivazioni editoriali, successivamente ricondotte dall’azienda anche a problemi di budget e ai rapporti dello scrittore con editori concorrenti. Nella controversia intervenne persino Giorgia Meloni, pubblicando il testo sui propri canali social e sollevando la questione del compenso richiesto, alla quale Scurati rispose obiettando la ricostruzione della presidente del Consiglio. Bortone lesse comunque il monologo durante la trasmissione, con il consenso dell’autore, ma il 3 luglio ricevette una sospensione disciplinare di sei giorni per aver reso pubblica la vicenda, violando, secondo la Rai, gli obblighi di riservatezza aziendale. È riprovevole che la dirigenza abbia affrontato una controversia di questa gravità con il rigore disciplinare che avrebbe dovuto riservare, anzitutto, alle proprie responsabilità. Tutto era cominciato con un monologo dedicato al 25 aprile, una ricorrenza nella quale celebriamo il coraggio di chi si oppose a un potere che pretendeva di decidere ciò che gli italiani potessero dire e pensare. Che da quella commemorazione si sia arrivati a un provvedimento contro una giornalista rende l’episodio ancora più mortificante. Credo che gli uomini e le donne ai quali dobbiamo l’articolo 21 avessero immaginato qualcosa di più dignitoso.9

L’episodio più recente riguarda Sigfrido Ranucci, al quale il 28 agosto 2026 la Rai comunicò la sostituzione alla conduzione di Report, proponendogli tre possibili ricollocazioni professionali e presentando la riorganizzazione come un rafforzamento del giornalismo d’inchiesta attraverso il ricorso a risorse interne. La decisione provocò le proteste di alcuni storici inviati della trasmissione e intervenne in una fase già segnata dalle conseguenze dell’attentato subito dal giornalista nell’ottobre 2025, sul quale erano emersi nuovi sviluppi investigativi che coinvolgevano Valter Lavitola, indagato come mandante dell'attentato e che, nell'agosto 2026, aveva ammesso il proprio coinvolgimento davanti ai magistrati. Il 5 ottobre arrivò anche una sospensione disciplinare di dieci giorni, legata a contestazioni riguardanti gli accessi di una collaboratrice nelle sedi aziendali, una conversazione con un parlamentare, l’inoltro di comunicazioni a Lavitola e alcuni giudizi espressi sui colleghi. La difesa annunciò l’impugnazione del provvedimento, mentre il 9 ottobre il tribunale del lavoro di Roma respinse il ricorso urgente con cui Ranucci chiedeva di essere reintegrato alla guida del programma, ritenendo, sulla base dell’istruttoria sommaria, che la riorganizzazione fosse riconducibile alle tensioni maturate all’interno della redazione e distinta dal procedimento disciplinare. L’ordinanza conteneva però un passaggio parecchio rilevante, riportato dall’ANSA, nel quale il giudice riconosceva l’esistenza di un’«impropria pressione mediatica» esercitata da esponenti della maggioranza per ottenere la rimozione del conduttore, giudicando però quell’elemento insufficiente, in assenza di ulteriori riscontri, a dimostrare che la politica avesse effettivamente determinato la scelta aziendale. È una distinzione che rispetto, anche perché il compito di accertare le responsabilità spetta ai magistrati. Tuttavia, qua la domanda sorge spontanea: per quale ragione chi governa il paese dovrebbe adoperarsi per ottenere la sostituzione di un giornalista alla guida di una trasmissione d’inchiesta? Il 20 ottobre Ranucci ha annunciato di aver scelto la ricollocazione a RaiNews24, mantenendo la qualifica di vicedirettore ad personam, ma lasciando il programma al quale aveva dedicato vent’anni della propria attività professionale. Il contenzioso resta aperto e le valutazioni sulla legittimità delle decisioni aziendali seguiranno il loro corso. Nel frattempo, mi sento libero di considerare già adeguatamente preoccupante quello che si sa.10

Seguendo le recenti proteste nel Mezzogiorno, è chiaro e netto che le nomine e i palinsesti rappresentino soltanto una parte del potere esercitato sull’informazione. All’inizio di ottobre, presso lo svincolo di Pizzo dell’A2, un imprenditore agricolo si è seduto sull’asfalto e ha cominciato a piangere. «Aiutateci, non ce la facciamo più», gridava, mentre intorno a lui proseguiva una protesta contro il caro carburanti che sta mettendo in ginocchio intere categorie di lavoratori. Da calabrese, quella scena mi è rimasta impressa, anche pensando al modo in cui la televisione insiste nel raccontare le mobilitazioni che attraversano il paese. A Milano bastano alcune vetrine sfondate perché gli scontri diventino materia di discussione nazionale, con immagini riproposte nei telegiornali e commentatori pronti a interrogarsi sulle responsabilità della violenza. In Calabria, intanto, ci sono uomini che fermano i propri camion e le proprie vite dal momento che lavorare costa ormai più di quanto riescano a guadagnare. La loro disperazione fatica a conquistare un’attenzione altrettanto insistente, almeno finché le proteste non cominciano a svuotare i distributori o a compromettere la distribuzione delle merci.11

In quest’ottica puramente utilitaristica riconosco un antimeridionalismo che conosciamo fin troppo bene, quello che trova sempre una ragione per occuparsi del Sud quando c’è da raccontarne i disordini, le inefficienze e le emergenze, ma riserva ben poca attenzione alle condizioni economiche e sociali delle persone coinvolte. Il colmo è che la disperazione degli autotrasportatori “terroni” e degli imprenditori agricoli ha dovuto trasformarsi in un problema per qualcun altro prima di meritare una seria discussione nazionale, ed è avvilente che dietro quei camion fermi ci siano famiglie, imprese e persone che pagano faticosamente il prezzo di una questione meridionale mai davvero risolta. Vorrei che il luogo nel quale sono cresciuto fosse giudicato degno di attenzione anche e soprattutto ogniqualvolta i suoi abitanti chiedono semplicemente di continuare a lavorare, poiché è francamente intollerabile che, nel 2026, si debba ancora discutere di quanto disagio debba produrre il Mezzogiorno prima che il resto d’Italia si accorga della sua esistenza.

Sono trascorsi più di quarant’anni dai decreti che consentirono alle televisioni di Berlusconi di riprendere a trasmettere e ventiquattro dalle dichiarazioni di Sofia, durante i quali si sono succeduti governi, riforme e controversie giudiziarie senza che venisse meno la possibilità di condizionare l’informazione attraverso la proprietà delle emittenti, la nomina dei dirigenti e la distribuzione delle risorse. Gli avvenimenti raccontati hanno avuto circostanze e responsabilità differenti, ma certificano la persistenza di un potere al quale le maggioranze parlamentari sembrano poco disposte a rinunciare. Dell’editto bulgaro, verrebbe da osservare, è scomparsa solo la necessità di pronunciarsi pubblicamente, perché a modificare gli equilibri di una redazione possono bastare cambiamenti di palinsesto e riorganizzazioni aziendali, ciascuno accompagnato dalle proprie giustificazioni. E a chi ne subisce le conseguenze rimane l’onere di contestarle, spesso affrontando procedimenti lunghi e costosi.

Biagi aveva conosciuto da vicino quel modo di amministrare il servizio pubblico, e per ritrovare i propri spettatori avrebbe dovuto attendere quasi cinque anni. Il 22 aprile 2007 tornò finalmente su Rai 3 con RT - Rotocalco Televisivo. Aveva ottantasei anni e, visibilmente commosso, si scusò con il pubblico, spiegando con la consueta ironia che qualche inconveniente tecnico aveva prolungato l’intervallo più del previsto. Loris Mazzetti avrebbe raccontato che le sue condizioni di salute avevano reso necessario allestire la scenografia in casa, dove il giornalista ritrovava le energie non appena si accendeva la telecamera. A pochi giorni dall’anniversario della Liberazione, Biagi riprese a raccontare la Resistenza, quella alla quale aveva partecipato da giovane e quella di coloro che si ostinano a opporsi alle sopraffazioni del presente. Dopo anni di polemiche e discussioni sui contratti, davanti agli spettatori sedeva un uomo ormai provato dall’età e dai lutti, che aveva conservato intatto il desiderio di svolgere il proprio mestiere. Gli restavano poco più di sei mesi di vita, dopo averne trascorsi quasi cinquantanove lontano da un pubblico al quale avrebbe avuto ancora molto da raccontare. È questo, certamente, l’aspetto più doloroso dell’intero racconto: il tempo perduto, sottratto a un uomo che aveva dedicato la propria esistenza al giornalismo e che, fino all’ultimo, aveva insistito nel considerare la libertà di parola una responsabilità dalla quale non era disposto a sottrarsi. All’inizio della trasmissione pronunciò una frase che, alla luce di quanto era accaduto, ricordò a tutti quale fosse il compito di un vero giornalista:

«Ci sono dei momenti in cui si ha il dovere di non piacere a qualcuno, e noi non siamo piaciuti».

Fonti e percorsi